Majarzas e sanadoras
Le regole dell’antico sapere magico in Sardegna

luglio 23, 2018 717 Visite Caterina

 

L’insieme delle modalità, gesti, contenuti e intenzioni della magia sarda sono un fatto culturale acquisito per tradizione orale. Sebbene si possa dire che tali regole non siano racchiuse da un preciso codice scritto, il rispetto di tale codice è essenziale, rimane implicito e niente affatto arbitrario. L’importanza dell’osservanza di tali regole ne andava dell’efficacia e dell’ottenimento del risultato sperato.

Questa meticolosità di trasmissione avvenuta per via orale è rimasta immutata nel tempo ed è sopravvissuta abbastanza a lungo da permetterne ancora oggi la conservazione e la messa in atto.

Nonostante le invasioni dei molti popoli (ognuno con le proprie divinità), le persecuzioni pagane e il successivo avvento scientifico, la Sardegna è riuscita comunque a radicare nel tempo il suo antico sapere. Tali pratiche svolte da majarzas e sanadoras, ovvero le maghe e guaritrici, non sono da ritenersi arbitrarie ma al contrario dettate da precise regole.

 

La majarza o la strega guaritrice

 

La majarza era la maga o strega, una femina ‘ona come si dice in sardo, una donna buona e capace che generalmente, seppur non necessariamente, era anziana.
Questa donna era molto rispettata nel paese, le sue doti erano indiscusse. La gente la considerava in virtù della sua saggezza e del suo essere priva di giudizio.
Era una donna che possedeva su donu, quel dono naturale di vedere al di là che l’aveva resa apprendista di una precedente majarza, vivente o meno.
Se le sue visioni o le sue parole non erano positive o favorevoli le veniva comunque riservato grande rispetto poiché era reputata una persona seria e credibile.

 

 

I tre capisaldi della magia sarda

 

La scrittrice Giagnoni1 ha identificato nella magia sarda tre capisaldi imprescindibili che sulle base delle interviste agli anziani devono essere eseguiti e rispettati nella massima integrità. 

1. La tradizione: era di vitale importanza che i gesti, le formule e gli strumenti della tradizione rimanessero immutati e invariati nonostante il tempo e che venissero trasmessi alle successive generazioni perfettamente intatti.

2. La segretezza: la ritualità veniva svolta in assoluta segretezza, era una questione tra l’operatore e il richiedente e non doveva essere rivelato a nessuno prima di un dato tempo. Un altro aspetto della segretezza riguardava l’operatore stesso che non avrebbe dovuto far comprendere le formule, e avrebbe dovuto in seguito distruggere tutte le prove fisiche del rito attuato.

3. La fiducia: possedere il cuore aperto alla possibilità di riuscita del rito, e credere nella propria guarigione. Tale fiducia era reciproca, della sanadora verso il richiedente e del richiedente verso la sanadora.

 

 

Quali erano le regole di trasmissione da rispettare

 

1. Dirigersi a oriente

I riti venivano svolti sempre a oriente rivolti verso il sole nascente o calante. La ragione era il volere ottenere dall’astro la forza e la potenza massima elargiti dal sole stesso. Non faceva alcuna differenza l’essere all’interno dell’abitazione o in presenza di un cielo coperto, situazioni che non inficiavano l’assorbimento di tale energia.
La direzione a oriente veniva assunta qualora si fosse voluto compiere una atto di maja bona, se si voleva praticare maja mala tale regola decadeva.

 

2. Svolgere i riti duranti i crepuscoli o in giorni specifici


Non era sempre concesso di svolgere certe pratiche. La tradizione stabiliva i periodi giusti dell’anno, tra cui spesso il mese, il giorno e la fase lunare per la raccolta di certe erbe, ma anche per preparare unguenti e medicamenti. Inoltre certi momenti dell’anno erano perfettamente adatti alle previsioni del futuro o alle pratiche di divinazione, in quei momenti era molto più facile avere visioni lucide e chiare.

I momenti dei riti potevano avvenire di notte, ma molto spesso avvenivano nei crepuscoli: all’alba, o al tramonto come risulta da moltissimi guaritori della medicina dell’occhio. Ma oltre a questi momenti era incluso anche il primo pomeriggio. Seconda la tradizione il primo pomeriggio era un momento di profonda calma dove gli spiriti negativi erano assenti e dunque non interferivano con l’esecuzione.

 

3. Scegliere la fase lunare in base all’intento

 

I riti potevano svolgersi in luna crescente, calante o piena, dipendeva dalle intenzioni volute dal rito. 
In genere i riti in luna crescente 
o piena erano finalizzati allo stringimento di rapporti personali o all’ottenimento di una guarigione o di un successo personale. I riti in luna calante si svolgevano con due scopi diversi: nel primo caso venivano praticati in tale luna per fare del male, per scaricare appunto la vittima, oppure a fine guaritivi per problemi di salute che in concomitanza col calare lunare anch’essi si sarebbero dovuti placare per poi scomparire.

 

 

4. Usare oggetti rituali rotondi

Gli oggetti utilizzati per il rito dovevano riprodurre forme circolari poiché di tale forma erano gli astri. Il paiolo, il cesto, il pane etc. Il cerchio era simbolo di perfezione e pertanto da questa forma si traeva un altro aspetto inconscio necessario alla riuscita.

 

5. Usare l’acqua di fonte o benedetta e scegliere il proprio materiale

L’acqua era un elemento essenziale per molti riti terapeutici in osservanza del culto guaritore dell’acqua che ha sempre contraddistinto questa terra. L’acqua poteva essere esposta alla luce lunare, o sotto la stele di una tomba dei giganti o usata semplicemente nella sua purezza di fonte, o ancora realizzata con acqua di diverse fonti. Talvolta per alcune pratiche si richiedeva l’uso dell’acqua benedetta, che durante il periodo dell’inquisizione venne puntualmente negata alle guaritrici.

Per quanto riguarda gli altri strumenti era a discrezione della sanadora utilizzare immagini di santi, cenere, sangue, ossa, pietre, denti, erbe essiccate, terra (a volte presa dal cimitero) e altri materiali in virtù della pratica da svolgersi.

 

 

 

6. Distinguere le formule in base alle intenzioni rituali

Sempre sulla base della tradizione avuta in eredità si stabiliscono le formule, le preghiere e il numero di ripetizioni. In certi casi is brebos, che erano le formule pagane/preghiere, dovevano scandire una certa cadenza includendo pause.


Le formule erano:  

 – Le pregadorias, che erano preghiere rivolte a santi, a Dio o ancora alla Madonna.

 – I brebos erano invocazioni miste tra sacro e profano con elementi di natura pagana sconosciuta.
– Le paraulas (parole forti) che erano in grado di attenuare le forze negative qualora avessero colpito con specifico danno persone, cose o animali. Potevano essere usate per ritrovare oggetti, allentare il dolore causato dal morso di un animale, per arrestare gli incendi, proteggere il proprio bestiame etc…

Oggi le tre tipologie spesso si confondono e si usano come sinonimi.

Queste formule erano altamente sacre e sarebbero state svelate esclusivamente a chi si ritenesse possedere su donu o mostrasse interesse e amore per tali pratiche.

 

 

7. Usare specifici numeri per ripetere formule e gesti

 

I numeri possedevano una forza specifica ed era la tradizione che dettava il numero di ripetizioni delle formule e dei gesti. Le ripetizioni potevano essere 3 o scandite in base ai suoi sottomultipli 6 e 9. I restanti numeri utilizzati rientravano nell’insieme dei numeri dispari ed erano generalmente il 5, il 7 e il 13.

 

8. Imparare le cose a memoria

Quando l’apprendista acquisiva il sapere non doveva lasciare alcuna traccia scritta della preghiera rituale. Una volta che le fosse stata recitata era suo obbligo impararla a memoria. La volontà di conoscerla e farla propria aiutava l’apprendista ad apprenderla e ricordarla.

 

9. Proteggere il lato sinistro

Un aspetto comune a molti intervistati è quello di ritenere il lato sinistro più debole e soggetto ad energia negativa del lato destro. Per questa ragione il lato sinistro veniva protetto con amuleti o altri oggetti affinché fosse protetto da eventuali presenze o ritorni negativi.

 

10. Trasmettere in ordine di età e in un periodo preciso

 

La medicina viene trasmessa sempre da una persona più grande a una più piccola, ed era sufficiente che fosse più grande anche di un giorno solo, mai il contrario. Si diceva che in caso contrario anche chi fosse capace di farla ne avrebbe perso il potere. La trasmissione doveva avvenire esclusivamente nel periodo tra Natale e Capodanno, a partire dal 1 gennaio per tutto il resto dell’anno era assolutamente proibito trasmetterla, a meno che la majarza non si trovasse in una condizione che a suo giudizio le rendesse necessaria la trasmissione prima del dato tempo.

 

   11. Nessun compenso in denaro

 

Secondo la tradizione è assolutamente proibito ricevere un compenso in denaro per l’esecuzione di pratiche o brebus da parte della sanadora. Starà dunque al richiedente ripagare spontaneamente la sanadora o l’operatore con un gesto di scambio che di solito un tempo coincideva con i doni della terra o con quanto si ritenesse oggetto utile e necessario al benefattore.

 

In questa società chiunque si inserisse nella pratica medica sapeva già prima di cominciare che non avrebbe tratto nessun guadagno, ma che avrebbe dovuto fare anche sacrifici, e che una delle norme più ferme per questi operatori imponeva che non chiedessero mai niente come compenso e soprattutto che non accettassero assolutamente denaro.

da Medicina popolare in Sardegna, Nando Cossu, Carlo Delfino editore, 1996

 

E così si conclude il nostro viaggio nella tradizione magica sarda. Molte di queste regole si possono riscontrare in molte delle regioni italiane accomunate da pratiche magiche e pagane antichissime.

Quali regole aggiungereste a quelle citate? e soprattutto quali regole si sono conservate nella vostra regione rispetto alla tradizione popolare sarda?

 

 

 

Note:
Foto in copertina di Luna Cesari

 

Bibliografia:

Cossu Nando, Medicina popolare in Sardegna, Carlo Delfino editore, 1996
Giagnoni Miranda Niedda, Majarzas e sanadoras, tradizioni, racconti e usanze popolari in Sardegna, Edes, 2009
Marchi Raffaello, La sibilla barbaricina – note etnografiche, Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (ISRE), Nuoro, 2006
Putzolu Fulvia, Usala Teresa, Atzei Aldo Domenico, Le piante nelle terapie tradizionali, Sardegna Sud-Occidentale, Edizioni della Torre, 2016

0 Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *