Il significato femminista della spiritualità pagana

10 Febbraio, 2020 1096 Visite Caterina

 

Il ritorno alle radici pagane nelle sue diversificate espressioni ha assunto negli ultimi anni un significato speciale e una nuova onda di interesse in tutto il mondo.
Il tentativo di ricondurre la madreterra a un nuovo equilibrio di forze maschili e femminili che non si affrontino ma si accolgano reciprocamente, ha portato a una rivisitazione del femminile e a una crisi dell’antica forma di espressione del maschile stesso nella società.

La spiritualità pagana nelle sue varie tradizioni ha acquisito un ulteriore significato che scavalca l’aspetto puramente spirituale del femminile o del maschile, e agisce più o meno attivamente nel tentativo di superare gli stereotipi finora conosciuti dalla società.

Come possono mai legarsi tra loro due luoghi apparentemente tanto divergenti come paganesimo e femminismo?



 

La legittimazione spirituale del patriarcato

 

Il significato femminista del paganesimo nasce primariamente da un’analisi progressiva che prende origine dalla cultura religiosa monoteista che attraverso il suo modello di base ha in qualche modo autorizzato la visione dicotomica del mondo attuale.
Per quanto infatti possiamo emanciparci dai credo e dai dogmi religiosi è innegabile che la società europea affondi le sue radici in secoli di cultura cattolica e di monoteismo religioso.
Le religioni monoteiste infatti imposero l’immagine di una divinità maschile centrale, trina, a cui attribuire l’origine dell’universo e di tutte le cose create. Così facendo legittimarono spiritualmente il patriarcato attraverso l’immagine di un Dio, padre, uomo, onnipotente, infallibile.

La creazione di Adamo, Michelangelo, 1511

A tale dogma religioso se ne sommarono altri che andarono ad escludere progressivamente la donna e il suo ruolo spirituale all’interno di tali dogmi. La donna infatti non è fatta a immagine di Dio, o meglio non proviene direttamente da Dio, viene creata secondariamente dal corpo di una sua creatura, Adamo.
Eva creata per seconda è obbligata a sottomettersi alla volontà di Adamo suo marito.
La donna per tutte le religioni è impura, una condizione da cui non può in alcun modo liberarsi, di cui non è colpevole se non per dogma, e che la esclude sia dal ricevere giusta considerazione che da tutte le mansioni all’interno del sistema religioso.

Il modello piramidale maschile della società religiosa coincise in ogni suo punto con il modello politico istituzionale, e infine fino a non pochi anni fa, con il modello della famiglia tradizionale in senso stretto.
La decostruzione antropologica delle religioni è il primo passo che aiuta a riconsiderare l’identità maschile e femminile in termini del tutto nuovi.

 

Il rapporto conflittuale della Chiesa con le donne

 

Visitazione di Jacopo Pontormo, olio su tela, 1525-1530

 

Sebbene sia alquanto complesso decostruire un modello di fronte a un dogma nonostante la sua evidenza storica, non possiamo nella nostra analisi non osservare il rapporto tra la Chiesa e la donna nei secoli.
Il rapporto conflittuale e i problemi che la Chiesa ha manifestato nel tempo con il modello femminile è innegabile e in certi casi ancora fonte di discussione. Ancora infatti sussiste la credenza che le streghe fossero davvero donne che praticassero la magia nera e non invece semplici donne di sapere che minacciavano il potere maschile.
Il primo rapporto di conflitto che si osserva risale alla notte dei tempi, la donna Eva, origine del male nel mondo, che sfidò il Grande Padre nel voler accedere alla conoscenza. Ad essa seguirono i vari modelli femminili presenti nel vangelo, la negazione ed esclusione dei così detti testi apocrifi in cui le donne manifestavano un ruolo diverso da quello previsto dall’istituzione ecclesiastica. A esso seguirà la ben più tragica conseguenza della crociata alle streghe.

Alle donne in seno alla chiesa non sarà infatti mai concesso altro che un ruolo subordinato al maschile in qualità di suore o prioresse.
Eppure questo conflitto vissuto per secoli è interessante se lo si osserva in relazione al messaggio di cui Gesù fu portatore, che riconobbe invece alle donne piena dignità intellettiva e spirituale acconsentendo affinché una di esse, la discussa Maria Maddalena, si unisse ai 12. Il suo messaggio che sfidò le leggi e i tabù del tempo non è in alcun modo divergente da quello condotto dal femminismo, l’uguaglianza di tutti i viventi al di là del loro status nella società. Eppure quel medesimo messaggio forse troppo visionario già da allora, non ebbe alcun effetto e la lotta alla sottomissione femminile divenne invece più radicale che mai nel tentativo di imporre la propria autorità e potere.

 

Il -si- di troppo di Maria

Il modello femminile per antonomasia che ha contribuito alla costruzione dell’immagine della donna è da ricercarsi in quell’unica figura religiosa a cui tuttavia non venne mai concesso il titolo di Dea, Maria.

L’immagine della Madonna è un modello ideale contraddittorio e irraggiungibile avulso dalla realtà a cui le donne si sono dovute ispirare per secoli.

Maria infatti è una donna che è madre ma vergine allo stesso tempo, è madre ma anche figlia del medesimo uomo.  
Eternamente giovane e bella, un giorno muore senza che sia invecchiata (difatti non è sempre noto che verrà assunta in cielo ancora giovane e meravigliosa con tutto il corpo).

Maria è la donna che dice si, e lo dice al Dio Padre, che non si presenta a lei perché si trova nei cieli, in un luogo altro. Questa assenza di Dio è ascrivibile al modello assorbito dal pater familia, che poteva essere assente se i suoi impegni lo richiedevano.

La vergine, come fa notare Umberto Galimberti, offre la sua materia fisica, il suo corpo senza alcun contributo maschile eppure, incredibilmente, il figlio dirà di sé

io e il padre siamo la stessa cosa
                                  Gv, 17, 20-26 

 

Ancora una volta la donna è esclusa dal suo ruolo duale paritetico con l’uomo.

Maria è la donna sottomessa, docile, obbediente che accetta e non discute. Ciò non accade con Eva la donna che sperimenta se stessa, che ricusa gli ordini ricevuti e che per questo verrà ripudiata originando il male nel mondo.

Il no di Maria o della donna non è contemplato dalla società; il no ai compiti, agli stereotipi imposti loro, alle rinunce plasmate su un modello sociale escludente. Per secoli le donne hanno dovuto rispondere si di fronte ai propri padri, ai propri fidanzati, ai propri mariti, ai propri figli, pena talvolta la morte o la violenza fisica o psicologica.
Non sorprende come ancora oggi di fronte alla violenza sulle donne, quel no venga discusso nei tribunali come un elemento discriminante a favore dell’imputato, inteso dalle corti talvolta come un SI poco convinto (forse l’imputato non aveva capito che lei non voleva alcun rapporto sessuale).

La madonna sopporta le decisioni di Dio senza chiedere spiegazioni, senza opporsi, nella totale accettazione del compito impostole poiché lei è là per servirlo.

 

Il pericolo del modello di maternità di Maria

 

La speranza di Gustav Klimt, 1903

Il modello femminile della Vergine Maria è così subdolamente attivo e penetrato nella società che agisce oramai in maniera del tutto inconscia in uomini e donne da sempre, sprigionandosi al suo massimo potenziale, al dire degli psicologi, durante la maternità

Quest’ultima infatti chiede alla donna quella totale devozione di madre come lo fu la Vergine e l’abiura allo stato di donna poliedrica quale essa invece è. Dovrà acconsentire a servire l’uomo (il Padre), i figli (come nell’assoluta dedizione che meritò Il Figlio Gesù) e a svolgere i compiti attribuiti ad essa soltanto, in quanto donna.

Qualora essa si rendesse conto dell’anomalia di un tale modello totalizzante e dunque castrante e pericoloso per i figli stessi, dovrà da un lato fare fronte alla lotta interiore tra il modello di donna assorbito per secoli e la donna reale quale lei è nella società, dall’altra lottare con una società che vorrebbe che essa svolgesse il suo ruolo stereotipico attribuito. 

Questi due modelli di madre e donna eclettica perfettamente ascrivibili vengono semplicemente rifiutati dalla struttura stessa del sistema sociale, così come l’idea che una donna non provi il desiderio di maternità senza avere un qualche problema fisico o psicologico.

Questa immagine remissiva femminile è completamente ribaltata dalla nascita della figura delle streghe e dalle tradizioni pagane e neopagane poi.

 

Le streghe o le donne dissidenti

La strega è la prima figura nella storia femminile a non chiedere l’autorizzazione maschile per essere se stessa. Per la prima volta la donna rivendica la sua esistenza basandosi sulla sua forza e il suo potere personale, svincolandosi dalla necessità di emulare il modello maschile per essere considerata.
La sua non controllabilità, la sua intelligenza intuitiva confonde il modello standardizzato patriarcale, per questo diventerà pericolosa e richiederà l’uso della forza fisica. Controllare quello che era definito il potere delle streghe significava infatti controllare le donne sfuggite all’obbedienza maschile.

La non sottomissione della strega, la sua libertà, la sua emancipazione sessuale, il suo rifiuto delle regole imposte dall’autorità maschile, il suo sonoro NO, fa della strega una figura dal significato femminista che trova rifugio e supporto proprio nel meccanismo paritario e integrato del paganesimo.

 

 

Il ruolo ritrovato della donna nel paganesimo

 

 

Nel paganesimo la donna trova finalmente una proprio espressione, una sua manifestazione. Il suo rapporto con la divinità non avrà più tramiti, il dio padre, uomo, non sarà più l’unica figura di confronto.
Accanto alle numerose divinità maschili le si riveleranno le molteplici divinità femminili che a loro volta incarneranno i molteplici aspetti del femminile oltre a quello di madre e di figlia.

La divinità assumerà un volto nuovo, egli è uomo e donna, è Dio e Dea, è integrato in un essere unico e servito dai suoi sacerdoti e dalle sue sacerdotesse che fanno dell’atto fecondativo il principio spirituale primo di quell’integrità. Quel principio non ha bisogno di un genere o di uno specifico orientamento sessuale, poiché in ogni uomo e donna sono insiti entrambi i principi di esistenza che rendono sacri tutti gli esseri viventi. E così il neopaganesimo decostruisce e celebra i due principi sacri dell’esistenza, maschile e femminile, arricchendoli con i propri significati archetipici.

 

 

Il paganesimo come eguaglianza e celebrazione

 

Proprio il significato stesso di femminismo, il suo tentativo nel ricercare quel sistema paritetico di uguaglianza tra uomo e donna, trova le sue risposte spirituali nel paganesimo. Quale migliore luogo per esprimere quella libertà di essere?

La celebrazione e la gioia nelle varie manifestazioni del paganesimo, dai cerchi maschili e femminili, alle varie tradizioni esoteriche iniziatiche, in questo luogo si manifestano nella loro più autentica espressività creativa. Qui il femminile e il maschile possono danzare insieme, possono prendersi per mano, esprimersi senza avere paura l’uno dell’altro ma anzi è loro richiesto di partecipare alle ritualità per contribuire a quell’integrità e a quel Tutto senza ruoli di subordinazione.

Involontariamente il paganesimo e tutte le tradizioni pagano-esoteriche ad esso affini, tendono la mano a una nuova visione della società dove l’individuo è un essere integro, libero, radicato nel suo pieno potere e soprattutto pronto a costruire un mondo di uguaglianza, e di valorizzazione reciproca, insieme.

 

 

 

 

 

Nota all’articolo.

 

In alcun modo questo articolo vuole ferire o sminuire la fede dei credenti di alcuna religione ma solo evidenziare meccanismi storici noti e porli in relazione col presente. Ognuno possiede la libertà di professare la sua fede, nel rispetto delle altrui credenze o espressioni spirituali. La conoscenza storica è un diritto inviolabile che ci racconta chi siamo e da dove veniamo, ci avvaliamo di essa come strumento di conoscenza e libertà.

 

Per ulteriori approfondimenti:

Michela Murgia, Ave Mary: e la chiesa inventò la donna, Einaudi, 2011

 

 

 

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