Gli antichi amuleti delle donne: sa Punga e su Kokku

Settembre 26, 2017 4695 Visite Caterina


Le Pungas, su kokku, i breves, sa sabegia, sa fortalesa, su pinnaddeddu, che confusione! Sono così tanti che non si distinguono neanche più. Li avete riconosciuti? sono gli amuleti sardi!

Per ogni male il giusto rimedio, ecco perché ho deciso di fare un pochino di chiarezza spiegandovi le differenze.

 

Partiamo dalla preistoria 😉

Amuleto è forse una parola araba da Hamala o Jamalet col significato di portare con sé o forse latina da Amolior col senso di tenere lonano. Questi piccoli oggetti hanno da sempre accompagnato i popoli con lo scopo di alleviare da sofferenze e negatività e donare protezione.

 

La magia degli amuleti

 

Se rispolveriamo gli oggetti preziosi della tradizione sarda emerge un copioso libro orale di saperi e una realtà non puramente religiosa.

Tanti sono andati perduti perché facilmente deteriorabili o fatti di materiali poveri e sono giunti a noi solo attraverso la memoria e la letteratura, ma altri come quelli di alta oreficeria hanno attraversato le generazioni legandosi così fortemente alla tradizione religiosa da rendere difficile il confine tra sacro e profano.

L’ambiguità nella storia sarda dell’atteggiamento cristiano nei confronti di tali oggetti, ora rifiutati come pagani ora recuperati, rende difficile risalire all’uso orginiario poiché per alcuni di essi l’aspetto sacro e magico è talmente connaturato da non distinguerne più il limite.

Seppure la donna sarda sia sempre stata slegata dagli aspetti frivoli della vita, ha tramandato questi oggetti di generazione in generazione per linea femminile, non come oggetti esteriori ma come veri e propri oggetti sacri.

 

Di cosa sono fatti gli amuleti, facciamo chiarezza

 

Il popolo sardo non si considerava estraneo all’universo e alla terra, da esso traeva le conoscenze mineralogiche, naturali, agricole e curative, e per questa ragione condensava in questi piccoli oggetti le materie di natura vegetale, animale e minerale.

Pietre, tessuti, erbe, coralli, semi, opercoli di molluschi come s’ogu de santa Lucia, vetro, conchiglie, fossili, e filigrana d’argento, lavorata sapientemente (come da tradizione) dalle mani delle fate.

Se pensate che abbia dimenticato di annoverare il nobile oro, vi sbagliate! poiché questo materiale era del tutto inadatto alla realizzazione degli amuleti, per i quali era invece idoneo l’argento, metallo lunare.

L’oro era associato all’avidità, allo sfarzo, all’invidia, e avrebbe annullato la carica della pietra protettiva.

Si deve inoltre considerare che l’argento era il metallo usato nelle antiche religioni incentrate sull’adorazione della luna che lo adoperavano per la realizzazione di coppe, ornamenti, talismani e campane a scopo protettivo.
Se esiste un collegamento tra la Sardegna e un antico culto femminile/lunare non è escluso che l’uso dell’argento sia in continuità con esso.

Niente oro per gli amuleti, che potevano esssere certamente realizzati, ma in tal caso non avrebbero adempiuto al loro scopo protettivo.

 

Un amuleto per ogni occorenza

 

Posto che non si esaurirà con questo articolo la lista dei numerosi amuleti della tradizione, se ne possono distinguere due tipi diversi: sa punga e su kokku. 

Le pungas, chiamate anche breves, scrapulari o fortalesas erano usate a scopo preventivo per proteggere da qualcosa in occasioni particolariquali il parto, l’aborto, la moria del bestiame, le armi da fuoco (erano infatti molto ricercati dai banditi) e avevano lo scopo di impedire il peggioramento di una data situazione.

Gli amuleti in senso stretto invece erano identificati in Su kokko, sa Sabegia o Su pinnadeddu usati a scopo protettivo in senso generico ed indossati per assorbire eventuali energie negative o cattive influenze quali il malocchio.

 

Vi presento Sa punga o la borsa!

 

Usate a scopo preventivo contro obbiettivi precisi e di origine notamente pagana, la parola punga è molto antica e significa sacchetto o borsa.

 


Sono dei sacchetti di stoffa (panno o broccato) di forma quadrata con una piccola asola che serve per poterle cucire, appendere al collo o fissare con una spilla alla biancheria.

All’interno contengono le cose piú svariate: grani di sale, immagini, semi, cera benedetta, monete, reliquie, erbe, sangue mestruale, cenere, e spesso anche is iscrittos, foglietti con formule scritte da preti o persone colte che con il potere della scrittura (preclusa ai più), rinforzavano il valore apotropaico del sacchetto.

Quando la punga contiene la terra santa si definisce scrapolari, quando contiene una sola reliquia, santini o paramenti sacri si definisce breve.

 

Sacchetti magici

 

Il sacchetto è realizzato da donne comuni, streghe o guaritrici e infine abbrebau ossia si recita una formula o preghiera (is brebos) per investirlo della sua capacità protettiva con l’obbligo di non aprirlo mai e poi mai. Se ciò dovesse accadere dovrà essere riconsacrato con nuovi brebos.

Le pungas vengono realizzate esclusivamente da donne, e tramandate per via femminile di generazione in generazione.

Raramente si possono prestare, solo in casi di urgente necessità ma sono a carattere del tutto personale e se vengono rubate cambiano la loro valenza da positiva a negativa. Preziosissime non avevano una corrispondenza in termini di denaro.

Il loro potere era così grande che venivano sottratte ai moribondi o malati gravi per facilitarne il passaggio, in quanto si riteneva che la loro presenza potesse allungare la vita di alcuni giorni.

Esistono tutt’oggi molte anziane viventi che le realizzano.

 

Vi presento Su kokku o la noce

 

Su kokku, assume il nome anche di sabegia o pinnaddeddu. Se la parola “sabegia” deriva dal catalano adzabeja che significa –giavazzo o ambra nera- mineraloide nero corvino, la parola “kokku” sembra derivare dal latino coccum da cui si generó il lemma coccoro –noce– in riferimento alla forma rotonda dell’amuleto.

Su kokku usato come protezione dalle influenze negative, è costituito da una pietra di ossidiana o onice nera, o anche di pasta di vetro nero ( è il caso di sa sabegia) racchiusa tra due coppette in filigrana d’argento  tra due pendenti laterali.

 


È come un occhio buono che vigila e attira l’attenzione dell’ occhio cattivo. Deve assorbire tutte le energie negative, invidia, maledizioni, maldicenze e malocchio e trattenerle in sé per non nuocere la persona e lasciarla illesa.

Queste energie negative vengono catalizzate dall’oggetto che le fa disperdere arrivando anche al punto di spaccarsi.

Anche su kokku deve essere abbrebau con una preghiera o una formula che lo attivi e poi indossato.

Veniva anch’esso tramandato per linea femminile di madre in figlia come amuleto preziosissimo e raro; perderlo era una perdita gravissima.

Secondo tradizione questo amuleto deve essere regalato, un tempo erano le nonne o le madrine che lo offrivano in dono ai bambini cosí che messo nella culla ne garantisse assoluta protezione.

 

 

Gli amuleti sopravviveranno al tempo?

La tradizione degli amuleti è ancora viva e vegeta, e trasmessa e praticata ancora da donne anziane viventi o da qualche curiosa streghetta che ne ha ereditato il sapere.

Non voglio tediarvi con i numerosi amuleti meno noti ma ancora usati che meritano però di essere resi noti perciò ve li presento velocemente, sono: 
Sa perda e’ latte, Su nudeu, Su sorighe mari, Su sontazolu, Sa cara e’ coraddu, sa zanna e’ sirboni, Sa perda e’ sambini, Su spuligadente, Sa manufica, su froccu virdi¹, etc…

ma per questi ci sará un’altra storia.

 

 

¹La pietra di latte, l’Agnus Dei, il topo di mare, il sonaglio, la faccia di corallo, la zanna di cinghiale, la pietra di sangue, lo stuzzicadente, la mano chiusa, il fiocco verde, etc…

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 Bibliografia

Arata G.Ulisse e Biasi G. , Arte sarda, Carlo Delfino editore, 1935
Piquereddu, Paolo, Gioielli, storia, linguaggio, religiosità dell’ornamento in Sardegna, Ilisso Edizioni, 2004
Cannas, Marilena, Riti magici e amuleti, malocchio in Sardegna, Sassari, EDES, 1994
Turchi, Dolores, Tradizioni popolare della Sardegna, Roma, Newton, 2016

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