Le pratiche magiche della medicina popolare sarda

Giugno 20, 2017 391 Visite Caterina

 

Parlare di medicina popolare sarda in un mondo industrializzato ha lo stesso sapore di una conferenza di magia nel mondo accademico scientifico.

Ciò che stupisce è il corpo, questa straordinaria macchina biologica arrivata dopo 5 milioni di anni semplicemente perfetta attraverso pratiche magico-empiriche e terapie erboristiche antichissime.

Sebbene la parola erboristeria faccia pensare a un’accurata conoscenza dei principi attivi delle piante, delle dosi o tecniche di preparazione, in realtà si tratta di una conoscenza tramandata basata su un approccio di tipo intuitivo.

 

Intuitivo… sarebbe a dire?

 

Intuitivo sarebbe a dire che non calcolavano i millilitri di alcol per la tintura, e che bollivano per un tempo ritenuto intuitivamente opportuno. Se pensavano che tale pianta aveva tale affinità con tale sintomo la utilizzavano, e se sotterravano una tintura ricordandosi di prelevarla un mese dopo, sapevano che questo accadeva per una precisa ragione.

Non avevano La tecnica, ma la Loro tecnica, non avevano l’orologio ma l’intuito e se non sapevano qualcosa ascoltavano madreterra dando piena fiducia al proprio sentire.

Ciò che contava non era commercializzare il preparato ma fare in modo che questo funzionasse per l’intera comunità, perché se funzionava avrebbe funzionato per gli altri. Gli altri erano il paese a cui si voleva bene e per cui si facevano opere di carità.

 

La trasmissione degli insegnamenti e la farmacia collettiva

 

Gli oggetti di cura o le pratiche venivano poi trasmesse a una figlia, a un figlio, a un’amica di fiducia, a una persona nata in giorni importanti dell’anno, trasmesse nei modi e nei momenti più particolari, spesso in punto di morte.

Le pratiche della medicina popolare non provocavano competizione e non avevano una ricaduta in termini di profitto.

In questa società chiunque si inserisse nella pratica medica sapeva già prima di cominciare che non avrebbe tratto nessun guadagno, ma che avrebbe dovuto fare anche sacrifici, e che una delle norme più ferme per questi operatori imponeva che non chiedessero mai niente come compenso e soprattutto che non accettassero assolutamente denaro. (da Medicina popolare in Sardegna, Nando Cossu, Carlo Delfino editore, 1996)

Così se un buon preparato funzionava, veniva riprodotto e conservato per tutti, in quella che diventava la farmacia collettiva del paese.

E così c’era chi aveva l’unguento, chi praticava s’abba licornia, chi guariva da s’ogru malu, chi faceva s’affementu, chi conservava il lardo per garantirne a chi ne avesse bisogno in caso di malattia, chi si offriva di masticare la fastidiosa ruta per permettere la cura degli occhi, chi raccoglieva piume di sa stria (barbagianni) e via dicendo.

Tutta la collettività in un modo o in un altro era partecipe di questa grande farmacia collettiva.

Diverse pratiche magiche

 

Non da meno erano le pratiche magiche, se così potremmo definirle, splendidamente raccontate nelle interviste fatte agli anziani da Nando Cossu, ricercatore e studioso raffinato, che ci lasciano lo stupore sul volto.

S’ogru ligau (malocchio), sa fattura, e s’assichidu (lo spavento) curati da operatori specializzati.

S’ogru ligau non risparmiava quasi nessuno a parte s’oghidori che ne era per qualche motivo immune e che possedeva tale capacità per fattore ereditario.

Dell’occhio si diventava portatori da subito, che si fosse uomini o donne; si manifestava in vari modi che andavano dal mal di testa, a svenimenti, alla sfortuna, persino alla morte nei casi peggiori.

Poi sa fattura che poteva farla chiunque, chiunque fosse stato mosso da veri sentimenti di odio profondo, rammarico e rancore, una bambolina rappresentava la vittima e levare la fattura non solo non era facile ma conduceva il malcapitato a sofferenze terribili.

Solo chi l’aveva causata, il prete (con il solo tocco) o qualche strega o fattucchiere particolare potevano levarla.

E infine s’assicchidu (lo spavento) lo spaventarsi gravemente era infatti pensato come causa di gravi malattie.

La cosa peggiore era che esso poteva restare latente e manifestarsi solo dopo tempo, in modi svariati, e a certe scadenze.

I colpiti dovevano rotolarsi nel punto esatto in cui si erano spaventati, pratica che prendeva il nome di s’imbrusciadura; un’alternativa era che un operatore praticasse s’affumentu che erano le fumigazioni, dove il malato veniva circondato di fumi e attorno al quale l’operatore recitava brebus e preghiere.

L’ultima possibilità era sa lettura, pratica esclusiva del prete o del frate. Ci si inginocchiava, e questo leggeva qualche passo del vangelo per terminare con l’acqua santa.

 

La medicina popoalare oggi

 

Queste erano le pratiche magiche più note, sebbene se ne annoverano davvero tantissime, ognuna delle quali meriterebbe un’attenzione speciale.

Il più delle terapie effettuate nella medicina popolare sono il risultato di una trasmissione che parte in un punto lontanissimo del tempo, e che nonostante l’avvento della medicina ufficiale con i suoi aspetti positivi e negativi, ha mantenuto forti le sue radici.

Da un analisi del territorio sardo si scopre che ancora oggi in molti paesi sono tenute in vita da numerosi operatori, spesso anziani, che conservano con rigore e devozione queste pratiche, che come una nuova onda arriveranno prima o poi alla prossima generazione.

Saremo pronti per accoglierle e custodirle?

 

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